Cosa succede quando un neonato comincia a manifestare i sintomi del reflusso? Quali e quante sono le conseguenze, non solo fisiche, ma anche psicologiche per il bambino e per i suoi genitori?
Questa riflessione è stata il filo di una diretta Facebook, fatta dal Dottor Roberto Albani che ci accompagna in un viaggio delicato che si svolge tra i primi disturbi di un neonato e il modo in cui questi influenzano la relazione con i genitori.
Il dolore che lascia un segno
Il reflusso non è solo un disagio fisico a volte passeggero, ma qualcosa di importante che può lasciare nel bambino un’impronta emotiva, soprattutto se si è manifestato in modo continuo e intenso nei primi giorni o mesi di vita. Il neonato, anche se non è ancora in grado di pensare in modo razionale, registra le sensazioni, i fastidi e i disagi: si ricorda del bruciore che arriva dopo ogni poppata, dell'impossibilità di dormire sdraiato su un lettino o nella culla, del fastidio di quel singhiozzo ininterrotto, del gonfiore della pancia e di quei rigurgiti che gli irritavano la gola.
E, a peggiorare il tutto vede lo sguardo della mamma, spesso spaventato, preoccupato, ansioso. E nella sua mente comincia ad entrare un pensiero doloroso, “se la mia mamma non mi guarda con occhi accoglienti e sereni significa che non vado bene così come sono”.
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Lo sguardo dei genitori e la costruzione del sé
Se il reflusso persiste e non viene curato efficacemente, anche il genitore inizia a cambiare, si sente frustrato, incapace e nella mente della madre o del padre comincia a maturare il pensiero che il bambino abbia qualcosa che non va, che sia un bimbo vulnerabile, ed il rischio maggiore è che il genitore potrebbe continuare a vederlo nello stesso modo anche quando il problema fisico è stato superato.
Abbiamo già affrontato il problema della sindrome del bambino vulnerabile, che è una condizione descritta negli Stati Uniti da un pediatra che ha osservato come i genitori, in maggioranza le madri, continuino a considerare il proprio figlio fragile e che necessita di cure speciali anche dopo la fine del problema medico. Questo bambino vulnerabile viene spesso iperprotetto, gli si evitano sforzi e lo si accontenta subito limitando la sua autonomia. È un meccanismo comprensibile nei genitori ma può avere conseguenze disastrose nella crescita psicologica del bambino e nella costruzione di fiducia in sé stesso e nel mondo.
Questo atteggiamento, oltre a comportare nel bambino i danni di cui abbiamo appena parlato, incatenano i genitori ad una situazione di ansia continua, di stress, di paura che non fanno altro che nuocere ulteriormente alla psiche di tutta la famiglia.
Ma c’è una soluzione!
Se il reflusso è importante, va trattato in modo adeguato. Fisiologico o no, bisogna pensare prima di tutto al fatto che il bambino soffre e che subisce tutte le conseguenze peggiori: dorme male, cresce in un clima di stress, e il rapporto con i genitori è già segnato da insofferenza e “incomprensione”. È quindi necessario intervenire. Non solo con i farmaci ma anche, e a volte soprattutto, con un sostegno emotivo ai genitori, per aiutarli a guardare il proprio figlio in modo diverso, liberi dalla paura e dal senso di inadeguatezza.
È quindi necessario intervenire. Non solo con i farmaci ma anche, e a volte soprattutto, con un sostegno emotivo ai genitori, per aiutarli a guardare il proprio figlio in modo diverso, liberi dalla paura e dal senso di inadeguatezza.
Come sottolinea il dottor Albani, è possibile interrompere questo circolo malato che diventa un grosso rischio per l’equilibrio familiare, ma serve consapevolezza. Serve una cura idonea che tenga conto del bambino, che non sottovaluti il dolore, e che allo stesso tempo restituisca ai genitori fiducia nelle proprie capacità e in quelle del loro piccolo.


