Il bambino "capriccioso"

Dr. Roberto Albani, Pediatra e Gastroenterologo

Quali le differenze tra capricci e bisogni reali nei bambini

Quando un bambino piange, chiede di essere preso in braccio o sembra costantemente insoddisfatto, è facile etichettarlo come "viziato" o "difficile". Ma se il suo comportamento fosse in realtà una forma di comunicazione: un messaggio che aspetta di essere compreso?

Quando un bambino piange, non è "difficile": sta cercando di dirci qualcosa. Impariamo ad ascoltare.

Quante volte mi sono sentito dire “ho un bambino capriccioso”, oppure è accaduto che venisse definito così un bambino che piange spesso, sembra scontento, insiste per essere preso in braccio e un attimo dopo vuole scendere e correre libero. Ma perché un bambino si comporta così?

Quando un bambino piange, anche se a noi sembra che lo faccia per “nulla”, sta mandando un messaggio, comunicando un bisogno. È nel suo diritto chiedere qualcosa, essere abbracciato, sollevato, messo giù, mangiare, bere, cambiare posizione, e noi, come adulti, abbiamo il dovere di ascoltare e, in base alle circostanze decidere se accontentarlo o no. Ma attenzione: non sempre dire “no” è un male o è un errore.

La prima cosa che il genitore prova in queste situazioni è il timore di sbagliare a non accontentarlo, ma soprattutto la paura che se il bambino piange possa soffrire, possa subire un trauma. In realtà i bambini, dovranno imparare che non tutti i desideri possono essere soddisfatti, che bisogna avere pazienza e che è importante contare sulle proprie forze. È un’esperienza fondamentale, formativa: desiderare qualcosa, non ottenerla e, nonostante questo, continuare a stare bene. È in questo modo che si accresce l’autostima - il bambino si rende conto di farcela da solo ed è molto positivo, e nello stesso tempo impara a tollerare la frustrazione, una competenza preziosa per la vita.

Provate ad immaginare una mamma con quattro figli. Ce ne sarà sicuramente uno, generalmente il più piccolo, da cui la povera donna non potrà correre immediatamente, e non per questo quel bambino subisce dei traumi, anzi imparerà a gestire la sua impazienza e aspettare il suo turno.

Ma a volte il pianto è segnale di un disagio fisico?

Non generalizziamo: non tutto è “capriccio” o il desiderio di qualcosa non urgente o assolutamente necessaria. Prendiamo, ad esempio, quei neonati o lattanti che piangono spesso per essere tenuti in braccio, in posizione verticale. Si potrebbe pensare che vogliano stare comodi, siano viziati, vogliono stare in braccio alla mamma. Invece spesso la spiegazione è molto più semplice e importante: il reflusso gastroesofageo.

Sin dai primi giorni di vita è molto frequente che l’acido risalga dallo stomaco, provocando fastidio, bruciore o addirittura dolore (esofagite). La posizione sdraiata non fa altro che peggiorare i sintomi e il povero bambino comunica il suo malessere come può: piangendo, mostrando disagio, essendo irrequieto, cercando di essere tenuto su. Questo è un segnale che accompagnato da rigurgiti frequenti o al singhiozzo, diventa un indicatore di infiammazione esofagea.

Come capire se il “capriccio” è un sintomo di un’infiammazione esofagea? Un bambino che soffre di reflusso:

  • Piange spesso se messo in posizione sdraiata
  • Ha singhiozzo frequente
  • Ha rigurgiti visibili
  • Smette di piangere se tenuto in verticale
  • Ha crisi simili a coliche

Se ci sono questi sintomi, non si tratta di “capricci” o del desiderio di attirare l’attenzione di un genitore, ma di una vera e propria richiesta di aiuto. Tenerlo in braccio, in un marsupio o una fascia, o utilizzare strumenti adatti (come un seggiolino inclinato a 70°, ad esempio il BabyUp®) può dare un grande sollievo, migliorando digestione e benessere.

Capriccio o bisogno educativo?
Ma ci sono dei bambini che, crescendo, vogliono essere tenuti in braccio perché semplicemente... gli piace! È una richiesta legittima, ma quando diventa continua e priva di un disagio fisico, è giusto fare in modo di accompagnarli gradualmente verso una maggiore autonomia.

E non dobbiamo ignorarli, ma guidarli con calma per far scoprire loro che si può stare bene anche senza essere sempre tenuti in braccio, e che si possono fare tante attività semplici e divertenti.

Per concludere...
Il pianto è una forma di comunicazione soprattutto per quei bambini che ancora non hanno altri modi per esprimersi. Il compito del genitore è imparare ad ascoltarlo e interpretarlo. A volte basta offrire conforto, altre volte insegnare a gestire la frustrazione. Non si tratta mai di viziare, ma di accompagnare il bambino in un percorso che lo porterà a raggiungere un benessere fisico ed emotivo.

 

. Credit to Belproblema.com

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